C’è un filo rosso che attraversa la stagione dell’Ascoli e che, settimana dopo settimana, sta diventando sempre più difficile ignorare. Non si parla solo di risultati, di errori tecnici o di momenti di flessione – quelli esistono in ogni campionato e vanno accettati e corretti – ma di una sequenza di eventi disciplinari e decisioni che, nel loro insieme, stanno pesando come macigni sull’ambiente bianconero.
Il primo segnale è arrivato lontano dal campo, ma non per questo meno destabilizzante: i tifosi, cuore pulsante della piazza, si sono ritrovati a fare i conti con il rischio concreto di provvedimenti sulla curva. Un tema che, in una realtà come Ascoli, non è mai secondario. Lo stadio non è soltanto un luogo: è identità, appartenenza, spinta emotiva. Mettere in discussione quel supporto, anche solo ipoteticamente, significa intervenire sul motore che tiene vivo il campionato di una squadra che spesso deve costruire la propria forza proprio sul legame con la gente.
Poi è toccato alla guida tecnica. La squalifica di sette giornate inflitta a Tomei per una reazione che lui stesso avrebbe potuto evitare – e su questo nessuno sta facendo finta di niente – ha però aperto un’altra crepa. Perché una cosa è riconoscere l’errore, un’altra è accettare una punizione percepita come sproporzionata. Sette turni non sono “una ramanzina”: sono un’assenza lunga, una penalizzazione sportiva che incide sulla preparazione, sulla gestione delle partite, sull’equilibrio di un gruppo.
Come se non bastasse, nelle settimane successive si è aggiunta la doppia squalifica da due giornate che ha impedito al tecnico di essere in panchina sabato e che lo terrà lontano anche nella prossima sfida contro il Perugia. E qui il punto non è soltanto l’assenza in sé: è la sensazione di vivere una stagione in cui ogni episodio finisce per trasformarsi in un danno moltiplicato, in un ostacolo aggiuntivo da superare.
Eppure, tra tutti i “colpi” incassati, ce n’è uno che si staglia sugli altri per impatto e per evidenza: il gol annullato a Gori. Perché i provvedimenti disciplinari, per quanto discutibili, possono sempre essere ricondotti a un referto, a una valutazione, a un’interpretazione. Un gol regolare non concesso, invece, è un fatto che rimane lì, inchiodato alle immagini e alla memoria collettiva. È l’episodio che non si archivia con una spiegazione tecnica: diventa un simbolo, un detonatore. E quando capita nei minuti conclusivi, con una squadra che sta inseguendo e un’intera partita che può cambiare direzione in un attimo, l’effetto è devastante.
È anche per questo che l’attesa di oggi pesa più del solito. L’Ascoli vuole capire quale sarà la linea di chi governa questo campionato, quali parole verranno spese, quali giustificazioni verranno avanzate al presidente Passeri. Perché qui non si tratta di alimentare la dietrologia o costruire teorie: si tratta, semplicemente, di pretendere coerenza e tutela del lavoro di una società che chiede solo una cosa, la più banale e la più fondamentale: equità.
Nel post gara, le dichiarazioni sono state dure, persino taglienti. Ma non isteriche. Il punto che emerge è proprio questo: la rabbia, stavolta, non è stata un’esplosione incontrollata. È stata una presa di posizione razionale, quasi obbligata. Perché quando la somma degli episodi supera la soglia della sopportazione, tacere non è più eleganza: è resa.
E allora la domanda diventa inevitabile: fino a che punto una squadra può continuare a competere serenamente quando sente di dover giocare, ogni weekend, anche contro un contesto che appare ostile o quantomeno distratto? Il rischio non riguarda solo l’Ascoli. Riguarda la credibilità del campionato. Perché la Serie C può crescere soltanto se il campo resta al centro, se le decisioni non rubano la scena, se la narrazione non diventa una sequenza infinita di “casi”.
Oggi, Ascoli non chiede favori. Chiede risposte. E soprattutto chiede che, da domani, a parlare sia di nuovo il calcio.
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