C’è un aspetto che merita di essere messo sotto la lente, al di là delle polemiche arbitrali che hanno segnato l’ultima gara: l’Ascoli continua a giocare bene, ma troppo spesso non raccoglie quanto costruisce. Una contraddizione che, col passare delle settimane, sta diventando una costante e che racconta più di una “pecca” strutturale di questa squadra.
Il match contro la Juventus Next Gen ne è stato l’ennesimo esempio. L’Ascoli Calcio ha prodotto gioco, ha mantenuto ordine e idee, ha dato la sensazione di poter far male. Ma, ancora una volta, si è smarrito proprio sul più bello. Dove serve lucidità, cattiveria sportiva, fame di gol, oggi manca quella freddezza che a inizio stagione sembrava quasi naturale.
Un attacco meno cinico rispetto all’inizio
Il dato è evidente anche senza scomodare numeri complessi: l’Ascoli di oggi arriva negli ultimi venti metri, crea presupposti, ma fatica a concretizzare. Non è più spietato sotto porta come nei primi mesi, quando bastava mezza occasione per trovare la rete. Ora servono tre, quattro situazioni limpide per far male, e in un campionato equilibrato come la Serie C questo diventa un problema enorme.
Il calcio, alla fine, resta un gioco semplice: chi segna vince. E quando la produzione offensiva non si traduce in gol, ogni episodio contrario – arbitrale o meno – pesa il doppio.
La scelta iniziale: perché Gori fuori?
In questo contesto si inserisce una decisione che ha fatto discutere, e non poco: Gori lasciato inizialmente in panchina. Una scelta che, contro la Juventus Next Gen, appare quantomeno opinabile. Al suo posto, dal primo minuto, Chakir. Due giocatori che occupano lo stesso ruolo sulla lavagna tattica, ma che in campo rappresentano mondi diversi.
Gabriele Gori è un finalizzatore puro, vive per attaccare l’area, sente il gol e si accende nei momenti caldi. Chakir, invece, è un interprete più mobile, più portato al dialogo e alla costruzione, ma meno incisivo negli ultimi sedici metri. La scelta, quindi, non è neutra: cambia il volto dell’attacco e il modo in cui la squadra occupa l’area.
Gori e Damiani: due pilastri tecnici e caratteriali
Per caratteristiche, Gori è uno di quei giocatori che non puoi permetterti di “gestire” con leggerezza. Al pari del regista Damiani, rappresenta un riferimento non solo tecnico ma anche mentale. Sono calciatori che danno ritmo, personalità, sicurezza ai compagni. Quando sono in campo, l’Ascoli ha un’identità più chiara.
E infatti, non è un caso che l’ingresso di Gori abbia cambiato immediatamente l’inerzia della partita. Appena messo piede sul terreno di gioco, l’attaccante ha iniziato a trascinare la squadra, a farsi sentire, a occupare l’area con quella presenza che fino a quel momento era mancata. Non solo movimenti, ma atteggiamento: leadership, fame, rabbia agonistica.
L’episodio che cancella tutto (o quasi)
Gori si è fatto trovare dove un centravanti deve stare, nel momento giusto e nel posto giusto. Il colpo di testa che supera il portiere è l’immagine perfetta del suo istinto. Un gol che avrebbe certificato l’impatto devastante del suo ingresso e che avrebbe regalato all’Ascoli un punto prezioso, figlio di una rimonta costruita con carattere.
Purtroppo, come noto, quell’azione si è scontrata con una decisione arbitrale che ha cancellato tutto. Un dettaglio non da poco: perché quando una squadra non è più cinica, quando spreca e deve rincorrere, ogni gol pesa il doppio. E vederselo togliere in quel modo amplifica frustrazione e senso di ingiustizia.
Una riflessione che va oltre la polemica
Al netto degli errori arbitrali, che restano gravi e discutibili, l’Ascoli è chiamato anche a guardarsi dentro. Il bel gioco è un punto di partenza, non un traguardo. Senza cinismo, senza scelte coerenti con le caratteristiche dei propri uomini migliori, si rischia di trasformare buone prestazioni in occasioni perse.
Gori lo ha dimostrato ancora una volta: questa squadra, oggi, ha bisogno di lui. Dal primo minuto.
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