Le immagini che arrivano dallo Stadio Giuseppe Moccagatta di Alessandria raccontano una storia che va ben oltre il risultato di una singola partita. Tribune spoglie, spalti quasi deserti, un colpo d’occhio che fatica a conciliarsi con l’idea stessa di calcio professionistico. Circa quattrocento spettatori totali, di cui 101 provenienti da Ascoli: numeri che fanno riflettere e che restituiscono una fotografia cruda di una parte della Serie C.
Uno spettacolo che colpisce non tanto per l’eccezionalità, quanto per la sua drammatica normalità. Perché quello visto ad Alessandria non è un caso isolato, ma l’ennesima tappa di un viaggio dentro un campionato che, troppo spesso, si gioca nel silenzio.
Quando lo stadio diventa una cassa di risonanza
Al Moccagatta non rimbombavano i cori, non c’era quel brusio continuo che accompagna le partite vere. Si sentivano nitide le voci dei protagonisti in campo. I richiami degli allenatori, le indicazioni urlate a pochi metri di distanza, persino i dialoghi tra i giocatori. In particolare, la voce di Agostinone che richiamava costantemente i suoi, diventava parte integrante della telecronaca ambientale.
Un’atmosfera surreale, quasi da allenamento a porte chiuse, che toglie pathos alla gara e rende evidente quanto l’assenza di pubblico svuoti di significato il rito del calcio. Perché il calcio, senza la gente, perde una parte fondamentale della sua anima.
Un problema che va oltre Alessandria
Il dato più preoccupante è che scene del genere non sono confinate a un solo impianto. Immagini simili si vedono anche a Bra, a Piancastagnaio – casa della Pianese – e persino a Pineto, dove spesso l’unico vero colpo d’occhio sugli spalti è garantito dai tifosi ospiti.
È un filo comune che attraversa la categoria: piazze con tradizione o con progetti ambiziosi, ma incapaci – per motivi diversi – di riempire gli stadi. Prezzi, orari, distanze, disaffezione, risultati altalenanti: le cause sono molteplici e intrecciate. Ma l’effetto è sempre lo stesso.
Serie C e identità smarrita
La Serie C è da sempre il campionato dei territori, delle rivalità locali, delle domeniche vissute come appuntamenti identitari. Vederla disputata davanti a spalti vuoti è una contraddizione profonda. Perché proprio la vicinanza tra club e tifosi dovrebbe essere il suo valore aggiunto rispetto alle categorie superiori.
E invece, sempre più spesso, la Serie C sembra un calcio che sopravvive più per inerzia che per entusiasmo. Le società investono, i giocatori si impegnano, gli allenatori urlano indicazioni… ma manca il contorno umano che dà senso allo spettacolo.
L’eccezione che conferma la regola: i tifosi in trasferta
In questo scenario, spicca un dato emblematico: a fare “numero”, in molti stadi, sono soprattutto i tifosi ospiti. Come accaduto anche ad Alessandria, dove il settore riservato ai sostenitori dell’Ascoli Calcio risultava paradossalmente più vivo del resto dell’impianto.
Un segnale di passione che resiste, ma che non può bastare a sostenere un intero sistema. Perché il calcio non può vivere solo di isole rumorose in un mare di silenzio.
Una riflessione che non può più essere rimandata
Guardare uno stadio semivuoto per una gara di Serie C non dovrebbe mai diventare normale. E invece lo sta diventando. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Serve una riflessione profonda, strutturale, che coinvolga leghe, club e territori. Perché senza pubblico non c’è atmosfera, senza atmosfera non c’è interesse, e senza interesse il calcio perde valore, dentro e fuori dal campo.
Il Moccagatta di Alessandria non è solo uno stadio vuoto. È uno specchio. E quello che riflette non può lasciare indifferenti.
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